Risorsa · SEO e AI
Come uso l'AI in un progetto SEO (il mio workflow)
Aggiornato: giugno 2026
Il punto
Nel mio lavoro l'AI entra in quasi ogni fase di un progetto SEO, ma sempre come assistente: accelera ricerca, analisi e prime stesure, mentre strategia, giudizio e controllo restano miei. Il valore non è "usare l'AI", è sapere dove fidarsi di lei e dove no.
Ti faccio entrare nel mio studio, per così dire. Niente teoria, niente “l’AI rivoluziona la SEO” detto da chi non la usa davvero. Ti mostro come lavoro io, fase per fase, in un progetto SEO reale: dove l’intelligenza artificiale mi fa risparmiare ore, dove la tengo lontana dalle decisioni, e perché. Lo faccio per due motivi. Primo, perché la trasparenza è il modo migliore per farti capire cosa compri quando lavori con me. Secondo, perché vedere un workflow concreto vale più di mille articoli generici su “AI e SEO”. Quindi seguimi: ti porto dentro il processo.
Uso l’AI in un progetto SEO?
Sì, in quasi ogni fase, ma con un ruolo ben preciso. L’AI entra come assistente che accelera la parte meccanica e ripetitiva del lavoro, mentre la strategia, il giudizio e il controllo finale restano sempre miei. È un collaboratore velocissimo, non un sostituto.
La cosa interessante, e un po’ contromano, è che l’AI non ha reso il mio lavoro meno necessario: lo ha spostato verso l’alto. Tutto il tempo che prima bruciavo in attività meccaniche, ora lo investo dove serve davvero la testa. Il risultato è un lavoro più strategico, non meno lavoro.
Per inquadrare il contesto: l’adozione dell’AI tra le imprese italiane sta crescendo in fretta, ma resta una minoranza. Secondo l’indagine Istat su imprese e ICT 2025, tra le PMI la usa solo il 15,7%. Saperla usare bene, oggi, è ancora un vantaggio raro. Vediamo le cinque fasi del mio processo.
Fase 1, analisi: dove l’AI accelera (e dove sbaglia)
La prima fase di ogni progetto è capire la situazione: il sito, il mercato, i concorrenti, le opportunità. Qui l’AI mi accelera moltissimo la raccolta e il riordino delle informazioni, ma è anche la fase dove sbaglia di più, quindi verifico tutto.
L’AI è bravissima a darmi un primo quadro: raccogliere informazioni su un settore, abbozzare un’analisi dei concorrenti, raggruppare keyword per intento, riassumere documenti lunghi. Lavori che a mano mi porterebbero ore, lei li imposta in minuti.
Il “ma” è grosso, però. In questa fase girano dati, e l’AI sui dati a volte inventa: numeri, volumi, fonti che non esistono. Quindi tratto i suoi output come una bozza da controllare, mai come verità. Ogni informazione fattuale la verifico con i miei strumenti e fonti reali. L’AI mi fa partire più veloce, non mi esonera dal pensare.
Fase 2, strategia: perché qui resto io
La seconda fase è decidere la rotta: su cosa puntare, in che ordine, con quali priorità, come muoversi rispetto alla concorrenza. Questa è la fase dove l’AI fa un passo indietro e decido io, perché richiede giudizio, contesto ed esperienza di mercato che lei non ha.
L’AI può suggerirmi opzioni, fare da sparring partner mentre ragiono, aiutarmi a vedere angoli che mi sfuggono. La uso volentieri per questo. Ma la decisione strategica vera, quella che indirizza mesi di lavoro e i soldi del cliente, resta una responsabilità umana.
Il motivo è semplice: l’AI non ha visto il tuo settore dal di dentro, non ha gestito clienti reali, non sa cosa ha funzionato e cosa è esploso in mano in progetti veri. La strategia nasce dall’esperienza, e l’esperienza è esattamente ciò che un modello non possiede. Questa è la parte per cui, in fondo, mi paghi: il resto è esecuzione.

Fase 3, contenuti: AI come prima stesura
La terza fase è produrre i contenuti che intercettano la domanda. Qui l’AI fa la prima stesura e io faccio l’autore: imposto il brief, lei butta giù una bozza, e da lì comincia il mio lavoro di riscrittura, esperienza ed esempi.
Il flusso è collaudato. Preparo un brief solido, con intento, struttura e angolo. L’AI mi dà una prima versione, che supera la parte più lenta, il foglio bianco. Poi la riscrivo con la mia voce, aggiungo i casi che ho visto, le opinioni, gli esempi che solo chi ha fatto il lavoro conosce. E verifico ogni dato.
Il punto fermo, su cui non transigo, è che non pubblico mai testi grezzi dell’AI. Sarebbe il modo più rapido per produrre contenuto generico e penalizzabile, come ho spiegato nella guida su scrivere contenuti con l’AI senza penalizzazioni. L’AI scrive la prima bozza, l’autore sono io.
Fase 4, tecnica e dati strutturati
La quarta fase è il lavoro sotto il cofano: aspetti tecnici, performance, dati strutturati. Qui l’AI è un ottimo assistente per il codice: mi dà bozze di schema markup, mi aiuta a capire un problema tecnico, mi fa risparmiare tempo, ma controllo e adatto sempre.
Per i dati strutturati, ad esempio, le chiedo una prima versione del codice JSON-LD spiegandole cosa serve, e poi la verifico e la sistemo prima di metterla online. Per diagnosticare un problema tecnico, la uso come consulente rapido a cui esporre i sintomi. Sono scorciatoie utili, che velocizzano senza togliere rigore.
Anche qui vale la regola d’oro: l’AI propone, io verifico. Uno schema markup va sempre validato, una soluzione tecnica va sempre testata. L’AI accorcia la strada, non garantisce la destinazione. Il controllo finale è mio, perché un errore tecnico online lo paga il cliente.
Fase 5, misurazione e report
L’ultima fase è leggere i risultati e raccontarli con chiarezza. L’AI mi aiuta a sintetizzare i dati e a preparare bozze di report leggibili, ma l’interpretazione, il “cosa significa questo numero”, resta un lavoro di giudizio.
Trasformare una massa di dati in un riepilogo ordinato è una cosa che l’AI fa benissimo, e mi fa risparmiare tempo sulla parte compilativa del report. Mi aiuta a scrivere in modo chiaro, a riassumere un mese di lavoro in qualcosa che il cliente capisce.
Ma il valore di un report non è la tabella: è la lettura. “Questo dato è cresciuto perché abbiamo fatto X”, “questo è calato e dobbiamo intervenire qui”, “la rotta è giusta, teniamo”. Quell’interpretazione nasce dall’esperienza e dal conoscere il progetto, e l’AI non può darla al posto mio. Lei prepara, io interpreto.
Il filo conduttore: l’AI propone, io decido
Se hai notato, in tutte e cinque le fasi torna lo stesso schema. L’AI propone, io decido. L’AI fa la fatica meccanica, io ci metto giudizio, esperienza e responsabilità. È questo il filo che tiene insieme tutto il mio workflow, ed è il motivo per cui l’AI mi rende più forte invece di sostituirmi.
Chi teme che l’AI renderà inutili i consulenti guarda la cosa dal verso sbagliato. L’AI rende inutile chi faceva solo la parte meccanica. Chi porta strategia, giudizio ed esperienza, e usa l’AI per fare quel lavoro meglio e più in fretta, diventa più prezioso, non meno. Il consulente che usa l’AI batte quello che la ignora; ma l’AI da sola, senza una testa che la guida, non sostituisce nessuno dei due.
Questa trasparenza sul metodo è una scelta, non un caso: voglio che tu sappia esattamente come lavoro prima di lavorare con me. Se ti convince, è lo stesso approccio che porto sia nella consulenza SEO sia nella consulenza AI per le aziende. E se vuoi vederlo applicato al tuo progetto, partiamo da una conversazione.